«Disclosure Day», il film che immagina la fine del segreto e non trova pubblico
Una storia di fantasia sulla rivelazione extraterrestre, lodata dai critici e ignorata dalle sale: la recensione e il pezzo di fondo del Washington Examiner misurano la distanza tra due giudizi.

Disclosure Day è arrivato e sparito in fretta, all'inizio di questa estate. Chi ha comprato il biglietto — e, stando al pezzo di fondo del Washington Examiner, sono stati pochi — ha visto la storia di un'eroina interpretata da Emily Blunt, impegnata a fronteggiare funzionari governativi. Attorno a quel conflitto il film immagina un giorno non lontano in cui le coperture e le cospirazioni attorno a una presunta vita extraterrestre saranno finite, e il mondo disporrà finalmente di prove indiscutibili che gli esseri umani non sono l'unica forma di vita intelligente nell'universo. La stessa promessa che, secondo quel pezzo, Steven Spielberg aveva affidato nel 1977 a Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Non è soltanto fantascienza, secondo The UFO Chronicles: la trama è inventata, ma attinge a un lavoro reale, portato avanti per anni da quanti ritengono inappropriata la repressione di documenti e materiali sugli UAP accumulati in decenni. Proprio per la gravità del tema, scrive la testata, le aspettative per un prodotto capace di segnare una svolta erano alte.
La critica lo ha accolto in larga parte favorevolmente. I recensori, secondo The UFO Chronicles, lo hanno descritto come un blockbuster che regge la profondità emotiva e tematica senza sacrificare l'intrattenimento, e diversi hanno indicato nell'interpretazione di Emily Blunt e nella fiducia nella bontà umana i suoi elementi più solidi. Sul piano del mestiere, secondo la stessa testata, quel plauso è meritato: il film è godibile e visivamente impressionante. Il titolo scelto dalla testata — Great Cinema, Convenient Omissions — suggerisce però che l'analisi segnali anche delle omissioni convenienti; l'estratto disponibile non ne precisa il contenuto, così la formula resta affidata alla sola intitolazione.
Il pubblico non ha seguito. Il film ha incassato negli Stati Uniti meno di 116 milioni di dollari fino a oggi, secondo il Washington Examiner, ed è ora disponibile in streaming su Amazon Prime e altre piattaforme; la colonna constata, con rammarico, che a pochi è importato. Nella recensione dello stesso giornale, Spielberg è descritto come un regista che da quasi un decennio ha perso la rotta, lontano dai fasti di Jaws (1975) e I predatori dell'arca perduta (1981) e da quello che il recensore considera il suo capolavoro, L'impero del sole (1987). Tra i quattro film più recenti, The Post (2017) è liquidato come un esempio particolarmente debole di cheerleading dei media tradizionali, mentre Ready Player One (2018) è letto come una concessione devastante alle forze più perniciose del cinema contemporaneo, CGI e videogiochi compresi.
Resta un'immagine doppia: una sala che si svuota mentre sullo schermo si annuncia la fine di ogni segreto sugli extraterrestri, e lo stesso film che qualche settimana dopo ricompare tra i titoli di una piattaforma di streaming, con un articolo che nel titolo continua a parlare di omissioni convenienti.